Neve e silenzio.
Alle 9.30 del 18 aprile 1978, in una conca glaciale al confine tra Lazio e Abruzzo, tra il monte Murolungo (2184 m) e il Monte Morrone (2141 m), regnano la neve e il silenzio.

Ma a soli 100 km, nella Capitale, la tensione è palpabile. Tre periti scelti del Viminale devono prendere una decisione cruciale: dare attendibilità o meno a una lettera trovata da un giornalista che potrebbe dare una svolta storica a un caso che l’Italia ha molto a cuore.

La lettera non lascia spazio a fraintendimenti. Il presidente della Democrazia Cristiana e cinque volte presidente del Consiglio Aldo Moro, sequestrato dall’organizzazione terroristica Brigate Rosse da quarantaquattro giorni, sarebbe morto “mediante suicidio” e la salma è “immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio”. Nel momento esatto in cui quel volantino, lasciato in un cestino dei rifiuti a Trastevere e firmato “Brigate Rosse”, è reputato attendibile, il gioiello naturalistico del lago della Duchessa entra, suo malgrado, nella storia nazionale.

Da Roma non si ragiona sull’effettiva praticità di cosa significherebbe caricare un cadavere sulle spalle e trasportarlo per circa tre ore, rallentati da strati di neve alta, lungo un cammino in cui non si può accedere con mezzi motorizzati. E neppure si considera l’incredibile sforzo che i rapitori avrebbero impiegato nello spostare la neve che nasconde il lago e penetrare la sua spessissima lastra di ghiaccio, sotto la quale avrebbero quindi fatto scivolare il corpo di Moro. La tensione e il desiderio di portare a termine le indagini più strazianti della storia d’Italia, chiudere il caso Moro e restituire così un martire alla nazione eclissava ogni valutazione razionale.

Nel giro di poche ore, quella conca glaciale tra le montagne viene assaltata da forze dell’ordine, mezzi dell’esercito, sommozzatori ed elicotteri e la piana della Duchessa in provincia di Rieti entra all’improvviso nelle case degli italiani grazie alle telecamere Rai che riprendono dal cielo e via terra. Il lago della Duchessa, un fragile ecosistema non alimentato da alcuna sorgente o fiume se non da soli fattori meteorici quali neve e pioggia, viene disturbato, violato, assaltato alla ricerca di un cadavere fantasma che, stando alla lettera, giacerebbe sui suoi fondali limacciosi.

Il procuratore capo della Repubblica di Roma arriva in elicottero, sorvolando il tappeto di neve sottostante che, a causa di una tempesta recente, aveva completamente coperto il lago. Centinaia di uomini marciano via terra, equipaggiati per destreggiarsi tra la neve alta; il vento gelido di una tale altitudine di montagna sferza la loro pelle. L’esercito rimane al confine, mentre alcuni sommozzatori specializzati sono chiamati a immergersi nell’acqua del lago, con una temperatura esterna che si aggira tra i 0°C e i -10°C.

Una squadra di cinofili si aggiunge allo schieramento, ma neppure i cani riescono ad avanzare a causa di tanta neve. Alcuni volontari vengono chiamati dai borghi e si aggiungono al gruppo, mentre due elicotteri volano in coppia, l’uno davanti all’altro proprio sopra il lago, pronti a far cadere due cariche di esplosivo proprio sullo specchio d’acqua della Duchessa.

Un rumore squarcia il silenzio e due spirali di fumo si impennano verso il cielo. La lastra naturale di ghiaccio del lago della Duchessa si innerva di crepe e si apre in due crateri. Il sommozzatore immerge il braccio fino in fondo, toccando un punto solido, mentre il cameraman della Rai a terra riprende alle sue spalle. Il ghiaccio è troppo spesso, il primo tentativo è infruttuoso.
“È arrivato sul fondo?” chiede il giornalista.
“No, non è ancora terra, quello è lo strato di ghiaccio più vecchio.” risponde uno degli esperti. “Quello è il ghiaccio di dicembre. Faremo saltare un’altra carica.”

Un sommozzatore si immerge, alla ricerca di qualcosa che, per nessuna ragione logica, può trovarsi sotto uno strato di ghiaccio così spesso. Ogni sforzo dei sommozzatori e delle forze dell’ordine è vano: del corpo di Aldo Moro non c’è traccia.

Soltanto più avanti, oltre all’ipotesi di un depistaggio delle stesse Brigate Rosse, emergerà quella di un’operazione antiterrorismo per indurre i rapitori a svelarsi. Ma quel 18 aprile, dopo ore di difficili operazioni nell’inghiottitoio carsico della Duchessa, la troupe televisiva insieme all’esercito, le forze dell’ordine, i cinofili e volontari dei borghi abbandonano il luogo, sconfitti dal fiasco in diretta nazionale, e restituiscono il lago al suo silenzio e alla sua neve.

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Quarant’anni dopo, il silenzio avvolge ancora la piana. E in quel silenzio sembra impossibile immaginare le voci dei sommozzatori che tastavano il ghiaccio, il rumore degli elicotteri che volteggiavano sopra le loro teste e i boati delle mine, fatte cadere dall’altro proprio sulla superficie del lago.

Il 2 agosto 2020 il lago riceve una nuova, importante, visita. Un manipolo di attivisti vi si raduna, vestiti di blu, per attorniare le rive e stringere il lago in un grande abbraccio. #Abbracciamoillago recita l’hashtag stampato nelle loro magliette, mentre si dispongono a distanza di un metro l’uno dall’altro, alzando le braccia e sfiorandosi con le dita.

Il lago è, infatti, un fragile ecosistema, le precipitazioni scarseggiano e gli animali che si avvicinano alle sue rive per abbeverarsi lo prosciugano giorno dopo giorno, inquinandolo poi con i loro escrementi. Quella spettacolare forma ad infinito che si osserva dalle foto aeree, appare adesso ristretta e rinsecchita, prosciugata dall’aridità e dal pascolo eccessivo. Allevatori locali si avvicinano al flashmob per ascoltare, mentre alcuni carabinieri sorvegliano l’evento: una ”ola” da stadio tra i membri del cerchio fa aumentare l’entusiasmo del gruppo.

Nei giorni successivi, le istituzioni locali rispondono alla chiamata degli attivisti e inseriscono la figura di un “guardiano al lago” che si occupi di aprire nuovi punti di abbeveraggio per gli animali per diminuire il carico del lago.

Dal passato al presente, una lettera ritrovata in un cestino di rifiuti e un hashtag che ha circolato sui social hanno portato il lago della Duchessa all’attenzione del popolo e di istituzioni governative. Con le adeguate iniziative per preservarlo, la piana della Duchessa e il suo spettacolare tesoro idrico meritano di essere vissuti, non solo da camminatori e amanti del turismo lento, ma anche per chi, trascinato da curiosità storica, vuole ammirare il lago dove tanto è accaduto.